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«I cavalli dell’Apocalisse, nella nostra vita non vi sarà più notte!»
di Alessio Varisco
 
 
     

INTRODUZIONE DELL’AUTORE
«Mircea Eliade nel suo “Il sacro e il profano”, testo del 1956, identifica le categorie dell’uomo. “Homo religiosus” il nostro e qui reso nella metafora del cavallo.
Cavallo, icona dell’uomo che guarda a Dio: servo fedele dell’uomo, per millenni, così l’uomo nei confronti di Dio. Quindi qui rappresenta, magnificamente, l’elevazione dell’uomo verso Dio. E può esser inteso -come nella “Madonna del Sabato santo”- in quell’attesa, in quell’atto silente teso a manifestarci la deità, ove la Madonna stanziale -aspetta- e manifesta solo Lei l’immagine, o meglio, l’Icona della Divinità che pare esser scomparsa.

 

Il cavallo dunque metafora di questa “forza”, della dinamica, questa vocazione alla velocità (in libertà come sottolinea Nuti) ed io devo dire in franchezza -costruendo insieme agli altri componenti di Técne questa mostra- ho messo in evidenzia questa partenza dalla Sura del Corano (Sura XXIV, versetto 35esimo) “Iddio luce su luce” che ripercorre e manda direttamente al mistero della Deità luminosa. Il Logos dunque è espresso nella fulgente luce sottesa anche tra le calligrafiche ed i “segni” dell’alfabeto.

La religione è luce.

La tradizione del libro ci rimanda ad una Verità rivelata nella Luce -in tutte e tre le religioni monoteiste- nella nostra principalmente ad un Kerygma rivelato nel farsi carne.
Dio, entriamo nel corpus della presente esposizione, per esser espresso si può nominarlo con il termine “luce”. Certamente la metafisica islamica risente della tradizione veterotestamentaria, si pensi al roveto ardente in Esodo, alla “Teofania” di questo cespuglio che non si estingue ma che emana luce forte, continua. Poi, venendo a noi, il Logos che si fa carne, che si concreta come dirà Sant’Ambrogio nel suo “non horruisti virginis uterum”, Giovanni ce lo descrive come la Luce che illumina il mondo, ma non solo lui; nei sinottici ritroviamo la luminosità del Cristo che si trasfigura: si pensi all’esperienza del Tabor, o anche “Lamà lamà sabactani” ed al successivo oscurarsi nel momento della dipartita (bello è il contrasto letterario “luce-tenebre” carico di evocazioni cromatiche).
La luce è “com-pagna” del Cristo. Verbo di Dio. Anche nelle Lettere dicasi altrettanto.
Questa non è certamente la sede per poter disquisire di teologia spirituale, ma credo che la mia esperienza pittorica sia intrisa della ricerca della luce, anche nei primi segni in bianconero sull’epistemologia dell’incomunicabilità dove impera il segno “puntuto secco (verso il punto)”, antitetico, o meglio, antinomico alla Semplicitas della linea “sinuosa verso il punto” o alla -seppur contorta- “ondulata verso il punto” che come ho dimostrato rappresenta il “Dis-currere” e cioè il lessico umano.
Il discorso della luce cade sulle “relazioni” segnate da atteggiamenti “simpatici” ed “empatici”. Due atteggiamenti dell’essere verso altro da sé, siamo al centro del discorso circa la comunicazione più profonda: due che camminano incontro simpatici, due invece che percorrono assieme empatici.
Poi la “Theotokos”, ovvero la Madre di Dio, figurazione astratta da me interpretata a “illustrare” il Mistero dell’Incarnazione. Il Cardinale MARTINI sottolinea bene quando dice che il cavallo lo colgo sotto quell’aspetto di vigorosa forza che attende. I miei cavalli sono: a chiaroscuro ed a olio.
Qui vi sono diversi studi morfologici; alcuni scossi, in salto in libertà, oppure ritratti di equini solinghi.
Ma entriamo nel dettaglio, o meglio citiamo la fonte: i cavalli dell’Apocalisse sono quattro (ricorre ben sedici volte il termine greco “hyppos” che designa detto animale), è il libro che più celebra l’aspetto teriomorfo di quest’animale che simboleggia il vigore propulsivo dell’attesa parusica del Giudizio ed anticipa nell’apertura dei quattro sigilli, ad opera dei Quattro Viventi, la Potenza Divina che comanda non la distruzione. Perciò il cavallo rappresenta la forza Cristica, in particolare al capitolo diciannovesimo dell’Apocalisse. Apocalisse è “risvelarsi”; ciò che approntano i nostri quattro e poi verso la fine il cavallo bianco col lino intriso di sangue (...sconcertante, per me cavaliere appassionato delle discipline equestri la relazione cavallo-Figlio di Dio) ove l’animale è l’icona di Cristo. E’ il sosia ingigantito dell’Agnello.
E’ il Salvatore! Il Fedele, lo chiama l’Evangelista, il “Verace”.
Il cavallo bianco è il primo cavallo dell’Apocalisse, quello che porta il cavaliere munito di corona e arco. L’intenzione mia non è però di illustrare la fabula narrata bensì di rendere il protagonista dell’annuncio, il quale ha più descrizioni cromatiche che di particolari.
Poi quello rosso di fuoco, quasi sangue, scorrente (e non ho potuto non pensare al Preziosissimo sangue profuso nella flagellazione e successiva Crocifissione). Passiamo al Terzo, quello nero, lumeggiato d’azzurro; un’esplosione lavica, a simbolo del cataclisma, sarebbe stato nuovamente rossa, un maremoto invece azzurro (evocatore il blu scuro, a livello cromato-simbolico dello “Sheol” della Creazione). Ed in ultimo il cavallo verdastro che ha gli occhi sbarrati, “verdastro” dal greco, identificato dal nome “Morte”; questo cavallo è morte, per cui per dare quest’inquietudine, gli occhi “non-finiti” (di antica memoria forse michelangiolesca) a simboleggiare proprio la morte, la fine dell’esistenza umana. Tra l’altro per dare il senso dell’abbandono della forza -cito NUTI- della libertà dote naturale del cavallo; il nostro -qui- è molto “chiuso”, privato della sua libertà e dietro c’è l’oscurità, quindi la morte, il desolante abbandono a non poter “trasmettere tutta sua forza” che svilupperebbe liberamente scosso. Appare dunque privato della sua libertà, depauperato, ucciso nella solitudine del suo box.
Si avvicina un poco alla mia visione del Segantini Hut dove nel settembre 1899 il Segantini trovò la morte lasciando mentre spirava questo testamento “Voglio farmi monte!” (nel quadro ho reso una tempesta in alta quota con un tramonto autunnale quando inizia a nevicare e le giornate in Alta Valle iniziano ad esser più fredde) e perciò lo pongo durante le mie esposizioni sempre nel registro inferiore abbinato al Quarto Cavallo.
Mentre dipingevo questi cavalli ammetto di aver riflettuto sulle vicende del Cristo storico visto in un movimento circolare, di apparenza parabolico; a coronamento, al vertice, il bianco, dopo la descrizione dei Vegliardi e dei viventi, i sigilli, nell’immagine guizzante dei cavalli, poi il rosso della Passione, che si trasfonde nel nero dell’Ora Nona e subito nel verde-bile della morte dove solo il Volto di Maria -cito +TONINO BELLO, Vescovo di Molfetta- ci rivela il Figlio.
Poi il vuoto è colmato -subito dopo i “mostri-cavalli” con teste di leone e code di serpente- dalle Milizie avanzate da un cavallo bianco, il Risorto, col mantello macchiato di sangue... Ho molto riflettuto su quest’aspetto, devo confessare in tutta franchezza coll’umiltà che a volte solo i cavalli ci lasciano permettendo come dice San Giacomo (Giac. 3,3), a noi di dirigere il loro intero corpo mediante la bocca, attraverso un morso. Che immagine veloce a riprova di quanto sia il cavallo potenza, salto e gioia.
Molti di questi cavalli sono accompagnati a paesaggi: dell’Engadina, o dell’Umbria, tutte terre di cavalli come la Camargue (sfondo per il Crin Blanc, il Primo, quello Bianco).
La veduta tramontea di Assisi, come il tramonto tuderte su paesaggio assisano, o “Grazie Umbria terra dei nostri santi” ho sempre cercato il dato luminoso nel cielo, di quando il sole declina. Il secondo citato io lo definisco un “pitto-collage” perchè quel tramonto sul Sacro Convento, ora non c’è e magari tra mille anni ci sarà, è invece il tramonto che si vede da Assisi, non sul San Francesco. Dalla piana noi questo tramonto non lo vedremmo. E’ il tramonto che vedevo tornando dalla mia esposizione in Bagnoregio, transitando tra la Orvieto-Todi, all’altezza di Petroro -sui Martani al passo verso Foligno-, vedevo negli specchietti retrovisori, stampigliatasi poi nella mente e nel cuore, si è fissata sul pannello.
Grazie a Voi ed ora la parola al critico che saprà meglio di me condurVi a scoprire i contenuti formali e segnici qui rappresentati».

PRESENTAZIONE DEL PROF. PIER FRANCO BERTAZZINI
«Sono lieto ed onorato di presentare questa mostra di Alessio Varisco dal titolo “I cavalli dell’Apocalisse, nella nostra vita non vi sarà più notte!”.
La prima personale in territorio monzese di questo giovane pittore figlio d’arte.
Io conosco molto bene Teodolinda, la mamma, per la quale ho scritto e più volte presentato mostre realizzate da Técne sia in Monza che nella Provincia ed in Milano.
Di Alessio mi ricordo alcune mostre nelle Ville della Brianza cui ho partecipato presentandole
Non è la prima volta che presento quindi le opere del pittore.
Le precedenti, devo ammettere a tratti difficili poiché intrise di un concettualismo profondo, molto “astratte”. Questa più diversificata, diretta. La prima però che presento a Monza di questo giovane ma abile pittore monzese.
Maggiormente “vedutista” dirà qualcuno tra il pubblico.
Più immediata e meno concettuale, a mio parere.
A riprova, però, che il pittore ha appreso bene i capisaldi del disegno e che la sua è una ricerca “in divenire” .
Guardate il Subasio.
Alessio ha voluto rappresentare il Sacro Convento.
Comunque al di là dei valori di contenuto ed allegorici , indubbiamente, mi fa piacere dirlo, va riconosciuto al Varisco sapienza ed accortezza del discorso che mette in accordo i contrasti dei colori. Lasciatemi dire che non è faccenda da poco.
E poi i cavalli.
Il cavallo ha un’importanza notevole nell’arte di tutte le epoche.
La tradizione del cavallo in pittura occorrerebbe di un corso universitario, non di una trattazione breve, in una presentazione, troppo marginale rispetto l’imponenza del tema.
Pensate per esempio che si potrebbe scrivere un libro con illustrazioni semplicemente facendo riferimento ad una serie di pitture che rappresentano un punto importante nella storia pittorica di Monza.
Faccio riferimento -lo avrete inteso- alla Cappella degli Zavattari, i cicli d’affreschi di gotico internazionale ultimata nel 1444, dove abbiamo numerosi cavalli che basterebbero da soli a riempire un libro.
Non mi perdo in altre considerazioni per definire l’attaccamento di Alessio Varisco alla sua storia, anche monzese, la Madre vanta un nome storicissimo, lasciatemi però ricordare una persona che è morta l’anno scorso della quale mi onoro di essere stato amico e confidente e di averlo ricordato con tanti scritti.
Parlo -l’avrete capito- di Aligi Sassu.
I cavalli di Sassu sono sotto gli occhi di tutti.
Qui il nostro pittore, che si è sempre affermato per l’indulgenza all’informale, per il gioco delle luci, per il gioco dei colori, più che per un’attenzione al dato reale; beh questa volta fa vedere che conosce l’«a-b-c» del disegno, in modo mirabile, che conosce il traliccio disegnativo e sa fare dei cavalli sia in stasi che in movimento però perfettamente!
Su questi cavalli c’è l’insistente rimando alle Sacre Scritture ma fermiamoci al dato visibile.
I cavalli dell’Apocalisse del Varisco esprimono questa dinamicità della storia nel suo farsi, del travaglio che può simboleggiare quella via verso la speranza e Alessio ricordava addirittura il nostro Vescovo, il Sabato la Madonna dice “niente pessimismo, ottimismo...!” speranza, una parola che è sempre sulla bocca del nostro Cardinale MARTINI che ringrazia così il nostro pittore “per le risonanze su “La Madonna del Sabato santo”, tradotte nelle immagini dei cavalli”.
Beh non aggiungo altro. Credo siano meritati apprezzamenti. Complimenti ad Alessio!
Guardate quelle teste che magari possono sembrare addirittura accademiche, “scolastiche”, ed il termine parrebbe offensivo per uno che invece porta avanti un discorso avanzato, un discorso molto contenutistico, a mio parere, con la volontà di oggi di interpretare l’arte nel modo giusto.
Ma l’abc del disegno è sempre importante....
Teodolinda, la mamma, ricorda che il proprio padre, futurista, allievo dell’ISIA ha lasciato quest’insegnamento: “Guarda, pensa e segna”!
E chi meglio di Alessio ci dimostra l’insegnamento del nonno?
Un’arte dunque che (“Un’arte quella di L50 -scrivevo in una presentazione alla Madre- che pensa e vuol far pensare”) vuol far pensare che vuole essere “à la page” come oggi si dipinge e si interpreta l’arte, però -ci dimostra il pittore coi colori- sono capace anche, se volete, di farvi veder che conosco i fondamentali del disegno.
Poi i paesaggi, qui, avevo intuito fosse la Camargue. Perché quando son stato in Francia quei colori mi accompagnavano sollecitando lo sguardo per ore. Il discorso va alle terre dei cavalli: l’Italia centrale, l’Engadina altra terra di cavalli e qui la Camargue.
Quel Convento Sacro di Assisi, mi ricorda il soggiorno in Umbria quando vi insegnai per un anno in un liceo e mi ricordo diversi cavalli proprio lì sotto, nella piana.
Poi il paesaggio invernale di Sils Maria, nell’Engadina, che, come dice il pittore, è scrigno di scritti nietzschiani, lì composti; romantica la visione del Varisco, di hodleriana ascendenza forse, che celebra paesaggi invernali ricoperti di una spessa coltre nevosa.
Mi pare che sia ottimo lo slancio e la svolta stilistica che riprova semplicemente che coloro che astraggono partono da una ottima base figurativa per poter poi astrarre in modo originale. Non vi è astrazione senza disegno.
Presunzione è astrarre senza conoscere perfettamente il lessico del disegno prima e della pittura poi.
Umiltà.
Occorre umiltà!
Ed il Varisco ce la insegna.
Dovremmo dirlo a molti che non sanno neppure dipingere né tantomeno tenere in mano un pennello e che invece fanno quadri astratti.
Bah non voglio esser troppo polemico! Anche se ce ne sarebbe ben donde...
I professionisti li vedete però agiscono seguendo un percorso “canonico” per arrivare, ma solo dopo, all’astrazione.
I grandi padri Vassily Kandinskij, Paul Klee e Piet Mondrian ce lo hanno dimostrato.
E Alessio non li abbandona, ne segue le orme, anche metodologiche.
E concludo dicendo che le mostre devono esser una festa per gli occhi!
Questa è molto ben fatta.
Qui c’è una festa di colori e cieli.
Le parole appesantiscono.
Le parole possono solo servire da complemento
Le parole non sono inutili, qualche volta, servono di più quando occorre fare un’esegesi di un’arte totalmente astratta, perciò le fasi più astratte ed informali qui esposte giustamente ce le ha introdotte il pittore.
Ma qui non essendo totalmente lontani dal dato reale il fruitore ne rimane appagato e non preoccupato, né incerto nell’attribuire o nell’interpretare. Viceversa quindi non vi è la primaria esigenza di tradurre in parole ciò che osserviamo.
A proposito mi dimenticavo è unica questa pittura perchè applica come ai ritratti umani dei sentimenti.
Un ultimo occhio a quel cavallo nero lumeggiato di turchese-blu.
Noi abbiamo imparato a proposito della ritrattistica -dicevo prima- la difficoltà di rendere con la pittura, non i tratti fisionomici, bensì i sentimenti!
Esprime questo cavallo, che per me è bellissimo non perchè il Vicario per l’Arte Sacra di Orvieto che lo paragona all’occhio della Gioconda di Leonardo da Vinci, dolcezza e mitezza allo stesso tempo, forza, slancio dinamismo.
Ma riuscire a rendere i sentimenti, guardate, non è gioco da poco!
Bravo Alessio!
Perciò complimenti vivissimi e auguri.
Che anche da questa stanza in questo centro culturale monzese, nel cuore di una Monza storica abbia darle quelle soddisfazioni che di consenso il pittore si merita.

Prof. PIER FRANCO BERTAZZINI
(Storico e critico d’arte, già Sindaco di Monza)

   
 
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