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"Exodus" di Alessio Varisco
 
 
     

«Mi limiterò a fare una breve considerazione
Intanto ringrazio tantissimo i presenti.
L’arte è pulsione, ricerca di spontaneità e anche di suoni. Ringrazio di poter prender la parola dopo la musica… poi Alessio è proprio anche questo; noi ci conosciamo dai tempi della scuola e la scuola nostra è una scuola creativa, non è che non è stata capita, ma nell’insieme dell’andare del tempo il valore di una scuola creativa è difficile però è importante dentro una società democratica. Noi abbiamo questa fortuna –al di là di quello che succede nei Balcani ed è sintomatico il titolo di questa mostra (quasi preveggenza)- nella nostra sfera di vivere nella pace; non voglio entrare nel discorso più globale poiché è un dramma, ma vedendo la continuità nostra e quello che noi cerchiamo vedendo questo aspetto della lotta dell’arte il discorso della pace, tradotto in coaguli cromatici, materie plastiche, suoni, passi di danza, liriche, poesie.

 

E quando Alessio mi ha portato a far vedere le sue opere –ho praticato anche il suo studio-, quello che m’ha colpito subito –mi chiese “vuoi scrivere qualcosa?” e a me succede sempre così mi inerpico per 100 metri– la sua forza dell’espressionismo -che ho vissuto anch’io ai suoi tempi-, anche in quei segni che paiono più astratti, però il suo è un espressionismo che è un espressionismo della gioia! Infatti guardando il suo quadro “tramonto sul Gargano” -che non avevo mai visto- non c’è la figura che grida... perché noi non abbiamo questo retaggio che era la “pre-visione” delle guerre che sarebbero poi successe, purtroppo insanguinando l’Europa ed il mondo, e per fortuna che si chiude questo secolo pacificamente. Implicitamente essendoci nell’uomo il fatto della “natura” è interessante –e da sottolineare- il modo in cui Alessio lo elabora e realizza; è la sublimazione di un altro artista. Ora voi direte la grandezza rivisitata. Ma qui dal punto di vista storico l’arte non ha questa storia eccelsa… ora il problema dei manuali è sempre stato quello di dire: prima Michelangelo, poi Raffaello pel Rinascimento; ma noi artisti e gente comune, quelli più veri e più storici, quelli che vivono l’arte nella strada partono da una cosa rovesciata. Io quando ho ritrovato la Brianza, da Firenze presso cui provenivo, ho trovato la battuta che rifaceva ridere per una settimana, “ah piazza Leonardo” detta da un vecchio brianzolo, quatto quatto ha tirato fuori una realtà rovesciata dal punto di vista. L’arte serve al popolo! E non serve al popolo serve a ben poco… l’arte serve quindi alla gente, c’è sempre uno “spiegare”… La società oggi ci consente attraverso il Bauhaus, e poi quelli che hanno fatto l’Istituto delle Industrie Artistiche –come il nonno di Alessio-, ed infine chi ha fatto l’Istituto d’arte e le scuole e sviluppare e dare questa spinta alla ricerca e dare questa spinta propulsiva -che è tipica dell’arte-. Però bisogna sempre spiegare quest’aspetto importante che serve a sublimare via via questi ulteriori aspetti dei conflitti che tendono a ritornare fuori…
riprendendo la lettura di queste opere qui esposte mi ricordano una lettura di Tagore, in cui si parla del bene e del male –e della via dunque-, “che cos’è nient’altro la poesia se non la sublimazione di questo dolore?” che poi io giornalmente con tutte le cose che passano lo ritraduco nella felicità. Quindi noi non ci potremo mai liberare di quest’aspetto –per fortuna- perché il dolore anche se minimo, cioè la caduta di una foglia, il fiore che fiorisce e poi man mano secca ci sarà sempre in questa lenta e imperscrutabile processione. Però dobbiamo indicare –qui dinanzi queste tavole di Alessio- che il nostro artista indica la luce. Questo è il passaggio, della pittura qui esposta, come diceva Maritain vi è un carico molto più grande e certe volte è molto più grande di quello che la gente potrebbe capire –e lo è anche per questi quadri che celano un mistero profondo, come ogni vera forma d’arte-, non lo dice perché se no sarebbe un romanzo… e nei quadri sono nascoste queste cose che avvengono per metafore, per cui la sofferenza non si vede -ed è un bene-, però rispetto la forza di uno scritto (romanzo o poesia) che certe volte indaga, entra, penetra, sconquassa tutto ma non lascia niente. Mi son permesso di fare il paragone col Giorgione perché in Giorgione ha gli stessi elementi riproposti oggi da Alessio e dalla sua poetica. Il concetto campestre in Giorgione nella “Tempesta” è velata dal pudore la Maternità e non a caso anche qui quando si entra le Theotokos di Alessio son un po’ più nascoste delle altre opere. E questo concetto di vita campestre fa una scelta di vita per quei tempi, ma piena di incognite; la ricaduta è sulla peste… vedete il dolore, ritorna questa processione testè affermata. La peste cancella il concetto di vita che invece è presente nella luce e nella natura.
Io ritrovo che il messaggio di Varisco è il seguente ed è importante: a questo significato –scusatemi il termine- “storico” -ed ho visto bene- è ed è là “non c’è urlo!”… speriamo! Accontentiamoci dei piccoli –che poi son grandi- dolori, come dice Tagore, ma non del dramma. Il dramma pensiamo a Nietzsche dove di si può arrivare; io sentivo quando ero studente era un problema ma momentaneo. Ho avuto la fortuna di conoscere Coblin personalmente, questo tra i massimi studiosi –europeo- di Nietzsche, parlava greco anziché la sua lingua, una persona straordinaria dal punto di vista culturale ed umano, è certo che lui s’è fatto carico –la cultura italiana lo sa- di questo enorme problema. In quest’incontro che ebbi lui diceva giustamente, già a quel tempo negli anni sessanta, il problema di Nietzsche veniva preso dai mezzi di massa sempre al solito modo: e cioè nel fatto della “solitudine”. Noi invece –dobbiamo dire- dopo un po’ d’anni –non diciamo quanti, perché non importa, l’importante è arrivarci- siamo giunti con grande sforzo a costruire un percorso dell’arte diverso: attraverso la gente. Ed io posso dire questo: che la gente comune, quella che va allo sterminire, quella che sta a casa, lo capisce, lo sente! non è scollegata. È chiaro che la società ha bisogno delle comunicazioni di massa, come tutti noi, non ci nascondiamo dietro ad un dito, e tutti noi abbiamo necessità di questi miti effimeri; però della solidità dell’artista che Maritain diceva la responsabilità dell’artista che è il tradurre, che è catalizzare il discorso più generale in arte, e questo lo sente, sente di questa importanza perché è un ruolo fondamentale. Quando ci sono gli artisti la società è più calma. Il problema comincia quando iniziano ad essere combattuti.
Queste linee, queste luci, su questi percorsi –non m’addentro nel fatto tecnico- espressa in maniera veramente originale ci porta a questa e conforta ancora di più… porta alla luce. E ci rinfranca quest’aspetto che lui m’ha fatto vedere i quadretti di quando lui era ragazzo. C’è una consequenzialità in questi percorsi di luce… ma quello che mi stupisce e voglio sottolineare, quando Alessio mi fece vedere le sue opere –io ero un suo insegnante di storia dell’arte- mi domandavo come fa a starci sopra, a farli sempre nella metafora, nel sogno. Ed è questa la versatilità dell’arte. E quindi questo fatto della poesia che in Alessio non è mai pago.
Quindi io faccio questo augurio, che questo percorso, che questo esodo, che è un esodo giusto, l’esodo verso tutti coloro che andando incontro alla luce percepiscano il valore dell’artista –al di là dell’età-, questa ambientazione e sublimazione ove si ridefinisce l’ascolto, come il fatto del fatto, il fatto di Tagore, che crea. E qui son lasciate un po’ tutte le cose, scomposte –allo sguardo frenetico- ed invece estremamente curato, come all’istituto d’arte ai tempi delle mostre a scuola. Il cartello dei lavori in corsi. Il disordine; la società non è perfetta è in divenire e non deve essere perfetta. C’è sempre un lato, vi è sempre una porta, ed è sempre la natura che lasciando questo varco fa aprire. E quindi noi non dobbiamo lasciarci ingannare dall’eccesso di perfezione. Però quando ci si ritrova qua come oggi ove è la musica e la pittura, si trova Bach e si ascolta l’armonia.
Io vi ringrazio tantissimo! Alla prossima».

Prof. DANIELE CRIVELLI
Ordinario di Storia dell’Arte
Istituto Sperimentale d’Arte - Villa Imperiale di Monza

   
 
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