Oltre il confine
«Il
tema pittorico principale di Teodolinda Varisco è il
segno che si espande nello spazio. La storia personale
dell’Artista è intimamente inserita nella corsa degli
eventi delle ricerche di una spiritualità vissuta
e di un bisogno di raffigurare non già l’illusorio bensì
il Trascendente. I problemi di cui si è occupata sono
rilevanti.
Dapprima
il linguaggio pittorico in se stesso, vale a dire gli
elementi fondamentali che costituiscono l’immagine.
Poi il loro ampliamento e arricchimento nella costruzione
di un tessuto di segni o di diversi tipi di tessuti
di segni, in uno spazio sempre più denso di significati,
e con un’ideazione dinamica vasta e audace. Ciò è connesso
con l’espressione delle emozioni e della mente dell’uomo.
L’attività di Teodolinda, ampia, si è raccolta su una
direzione priva di contraddizioni, percorsa con ammirevole,
costante volontà, ampiezza ed approfondimento.
Per
chiarezza sintetizziamo alcune realtà conosciute.
Che
cosa è il segno?
In
linea di principio, può essere qualsiasi traccia percepibile
sensorialmente, capace di presentare un significato.
Nel concreto nella pittura di Teodolinda, è la traccia
visiva lasciata dalla mano umana che scrive o che disegna,
che distende direttamente dal tubetto o con le unghie
o dita, come un graffito primitivo. Una produzione primigenia
che inizialmente è comune sia alla pittura sia alla
scrittura. A partire da qui, la scrittura usuale è asservita
alle convenzioni del linguaggio verbale, con le sue
leggi standard per decifrare le parole secondo le varie
lingue d’uso. Dall’altra parte, sempre a partire dagli
elementi visivi arcaici, il segno diventa una realizzazione
visiva autonoma, una forma sciolta, un ritmo, un’estensione,
un’espansione dinamica nello spazio. Tutto questo conserva
ancora solamente diverse analogie materiali con la scrittura:
in particolare, la successione e l’allineamento. Il
carattere proprio della sua pittura, segnica, radicalmente
fuori da ogni scelta comune, sta nella creatività indipendente,
nella forza modulata, nel colore e nella luce, nella
microgestualità umana, capaci di dare animo e valutare
lo spazio. E qui cominciamo anche a sentire la sua qualità
spirituale e meditativa.
Ci
viene suggerita una percezione di ampliamento ma anche
di lancinante concentramento. In quanto si ricongiunga
alla scrittura, è un’immagine di indecifrabilità. Una
allegoria dell’enigmaticità, dell’imprevedibilità della
vita. È la manifestazione di un traboccante, strutturato
avviamento dinamico, e nello stesso tempo fa sorgere
un affilato senso di sgomento. Il discorso diventa filosofico,
perché gentilmente, ma con mano monolitica, ci pone
la sua interrogazione, se la interezza dell’essere sia
comprensibile, o almeno una sua frazione, e che senso
ha. Indiscutibilmente è un abbondante zampillo di linee
toniche, che a volte ci passa accanto, a volte ci aggancia.
Storia
individuale e storia della cultura artistica del suo
tempo. Teodolinda è nata a Monza negli anni Cinquanta.
La sua formazione ha luogo in un spazio di tempo che
abbonda di stimoli e di idee, fra gli anni Sessanta,
ancora bimba alla scuola anche di don Lorenzo Milani
amico del padre Mario, e Sessanta, così ricchi della
contestazione studentesca e giovanile contro un mondo
che si considera inopportuno. Sul lato socioeconomico
sono gli anni della ricostruzione delle città europee
dopo la fine della seconda guerra mondiale; Teodolinda
ricorda gli squarci nelle case ancora ad inizio anni
Sessanta, quando con il papà e la mamma, in auto, si
recavano nel Golfo Tigullio per l’estate. Immagini di
morte, distruzione e consolazione; alcune di queste
riecheggiano nei suoi primi disegni a carboncino e coi
pastelli a cera fusi. La “guerra”, il “Che”, “don Lorenzo”,
il “Papa Giovanni XIII”, gli “Amanti”, i “fiumi”, i
volti dei “Christi Pathiens” sono i leit-motiv della
pittura di L50. Un amico critico, venendo nello studio
di Teodolinda, disse «i tuoi quadri sono confessioni
tenaci, urli al contempo. Certamente avresti potuto
scrivere ed invece hai dipinto facendo romanzi cromatici,
poesie visive e riflessioni forse più profonde della
scrittura. Sai la grandezza di un artista è misurabile
dalla tematicità iniziale e dallo sviluppo che questa
riesce a produrre nel tempo. Il tuo primo quadro è uguale
all’ultimo! Così il Cristo e i fiumi, le tematiche più
sociali e quelle religiose!».
Sul
piano intellettuale e dell'arte è il tempo in cui vengono
enunciate numerosissime offerte creative, che ora si
fiancheggiano e ora si fronteggiano oppositivamente.
In questo panorama culturale cocente e fervido, si danno
da fare presentimenti che riguardano gli stili le tecniche
e le esplorazioni formali, ma soprattutto possibili
nuove concezioni dell’uomo e dei suoi rapporti con il
mondo circostante. L’idea del rinnovamento e del progresso,
di una attivismo profondo, di uno slancio creativo in
molte direzioni, nella vita delle persone come nella
vita del cosmo, investe il mondo conforme alla natura
umana e il mondo fisico. Nello stesso periodo si innalza
il bisogno di rendere limpido, stringere insieme, scorgere
le cose negli aspetti costitutivi fondamentali. In campo
intimamente artistico stanno da tempo attestandosi vari
movimenti. Il realismo sociale. L’astrattismo
lirico. Il naturalismo materico-gestuale-informale.
Lo spazialismo, ossia le ricerche sullo spazio
inestinguibile nella sua apertura. L’astrattismo
radicale, le ricerche su colori e forme che dal
“geometrico” scendono infine al minimale.
Queste e altre ipotesi creative esprimono umanità, impegno
morale e civile, brama di comprendere, ridefinire se
possibile i presupposti dell’esistenza, e anche dei
linguaggi che usiamo. È il bisogno di “vederci chiaro”.
Ricerche pressoché corrispondenti avvenivano anche in
differenti campi della produzione intellettuale, nell’architettura,
nel design, nella musica, nel teatro e nella letterature.
Il dibattimento acceso spinge vari autori a unire i
contatti per migliorare il confronto mediante la costituzione
di gruppi e movimenti. Nell’arte italiana il ventaglio
delle proposte è largo: si va dai postumi o dalle eredità
delle tradizioni figurative, comprese quelle di un’antica
classicità, allo spazialismo di Fontana o alle ricerche
di nuova matericità di Burri.
Teodolinda
Varisco intorno a diciotto anni decide di dedicarsi
alla pittura. La sente come una sorta di vocazione.
Segue un periodo di riflessione e di continua produttività
mai paga della ricerca, continua, perpetua. La giovane
artista la ricerca del ritmo plastico. La sua prima
esposizione personale è allestita nel 1991 per i festeggiamenti
di San Giovanni della Croce; a cui seguono diverse sperimentazioni
e la prima grossa personale nel 1997 nella Cripta del
Bramantino, con il critico Pier Franco Bertazzini, suo
ex professore di latino. Nello stesso anno fonda Técne
Art Studio, un movimento già liberamente costituito.
Menzioniamo i nomi dei co-fondatori: Chiara Rita Benedetta
e Alessio, figli di Teodolinda. Con loro si schierano
diversi critici e poeti. Uno studio storico sistematico
di quel movimento non è ancora stato totalmente redatto.
Diverse sono le pubblicazioni dell’Associazione, nominate
“quaderni”, vere monografie su singoli autori: Teodolinda
Varisco, Alessio, Fra’ Pier e Chiara Rita Benedetta.
L’orientamento
d’assieme consisteva nel passare oltre gli aspetti soggettivi
istintivi emotivi dell’arte materica naturalistica-informale;
e nel chiedersi se fosse possibile un oggettività nuova,
medita, non dipendente da modelli prefissati, aperta
a una visione internazionale e non localistica, e avente
interesse per le ricerche sul segno, il segno che si
pone e si sviluppa nello spazio. Assai presto ciascuno
dei cinque sviluppò la sua strada in modo sempre più
differenziato; il gruppo esaurì le sue funzioni; però
le conseguenze e ripercussioni positive di quell’esperienza
durano ancora oggi. Nel caso di Teodolinda Varisco è
a quel bisogno di chiarire il segno nella pittura, prima
e più in profondità delle applicazioni o elaborazioni
liriche soggettive, che si devono i dipinti in cui appare,
come protagonista, non un centro o un oggetto centrale,
ma l’espandersi di una discorsività pittorica che forma
un continuum, dove il centro può essere dappertutto,
e dove l’immagine si presenta come un insieme di linee
di forza che si allungano ed estendono nello spazio,
in una luce nitida, fermissima, e nel contempo aperta
a ogni possibile evento. E dove le più sottili vibrazioni
della sensibilità individuale e lirica non sono soppresse
ma coinvolte e convocate in quel vasto spazio dinamico,
pieno di tensioni imprevedibili. Lo spazio animato e
il segno che lo anima sono i veri protagonisti di tale
impostazione pittorica.
Nella
cronologia degli anni della formazione della pittrice
Teodolinda Varisco (la sua scuola è stata soprattutto
la vita e le letture), la premessa che bisogna ricordare
per capire il suo distaccarsi e salpare (paradigmatica
l’immagine della sua “Partenza”), è data dalla “scuola
del Ponte”, la Die Brücke, rivisitata in maniera
più informale a versi persino astratta, ma mai totale.
La cultura di Teodolinda consente il riferimento a un
contesto dovizioso. Possiamo citare ad es. la pittura
di Chighine, sullo sfondo di una cultura internazionale.
Chighine: il più astratto dei nostri informali-naturalisti.
Oppure era più attuale Hartung? In certi tratti anche
Morlotti, la conoscenza di Frisia traghettatore sul
fiume Adda ad Imbersago. Teodolinda dipingeva austeri
luccicanti blocchi di colore dove emergeva il ritmo
serrato-aperto di rigature verticali libere e nette.
Verso la metà degli anni Ottanta il movimento di linee,
tracciate sempre più scioltamente, linee cromatiche,
arricchisce nel proprio interno proponendosi in una
scrittura, che diviene la chiave di volta dell’espressionalità
di L50. Il dipinto assume le sembianze di un documento,
una pagina di testimonianza astratta, stesa tra irruenza
e disciplina. La lettera misteriosa è narrazione letteralmente
indicibile, perché non è da decodificare con il vocabolario
ma da vedere come ritmo, materia spiritualizzata, immagine
di una peripezia.
Nei
successivi anni di ricerche i segni mutano. L’artista
elabora composizioni sui temi del positivo-negativo,
usa mezzi polimaterici, recupera la sintesi formale
unita a luce limpida o neutra e purezza di colori.
Abbiamo
l'obbligo mettere bene in luce una situazione che ci
sembra decisiva.
Più
d’un arista alle prese con le ricerche minimali è finito
nel vicolo cieco di un nuovo manierismo o accademismo,
per esaurimento, o per carenza di autocritica, o per
essersi fidato troppo dell’aria fresca di uno sperimentalismo
continuo e non sufficientemente meditato. Non così Teodolinda
Varisco! Pur attraverso ogni esplorazione del linguaggio
–a prima vista parrebbe che L50 abbia saccheggiato il
Novecento creando un suo stile sincretista che tiene
conto di molti stilemi-, portava in sé un livello emotivo,
un’energia psicologica e una fantasia capace di far
nascere simboli, che funzionavano sempre con una vivacità
calda e misteriosamente appassionata. Il suo lavoro
possedeva un significato non tecnico-stilistico soltanto,
ma umano e interiorizzato. Una sorta di nuovo
espressionismo! Partendo dallo studio dell’emotività
del colore.
Il
mio maggior impegno nell’arte della Varisco era ed è
diretto a percepire quali siano le emozioni
che scaturiscono dalla incessante osservazione di superfici
monocrome. La sua è una pittura di “esperimenti” che
la portarono alla fine alla seguente sintesi: ogni colore
esprime un “calore dell’animo”. Il simbolismo cromatico
è evocante uno più profondo: spirituale, dell’essenza.
E perciò il blu diviene l’emblema della coscienza e
dell’energia statica, il viola rappresenta il desiderio,
così come il verde il progetto/germinazione, il giallo
la scelta, l’arancione la trasformazione ed il rosso
l’azione. Tali accoppiamenti prendono il largo da un’esperienza
molto personale, segnalano l’invito pressante soggiacente:
emozione, interiorità e sensibilità. Anche quando si
accosta all’astrazione radicale delle forme pure, Teodolinda
Varisco ascolta il bisogno incoercibile di confrontarsi
con il calore degli oggetti, trasferendo forme arcaiche,
archetipiche. Orbene la Pittrice dipinge non già e soltanto
l’uomo concreto e reale, quello che vive sulla terra,
nel tempo collettivo storico come nel tempo dell’esistenza
individuale, bensì rappresenta la sfera più recondita
di significati e gesti che attengono l’anima. Si noti
l’apertura verso la prima metà degli anni Novanta ad
una tecnica mista con riporto fotografico, dove il supporto
tela diviene “teatro del mondo” (si pensi solo a “Cafarnao”),
affiorante il dato preistorico, fauvista, non
solo geometrie platoniche ma prodotti della mano umana.
E la presenza umana è irrinunciabile in tutte le opere.
Potremmo dire assume nel reticolo dell’opera una plusvalenza
sempre maggiormente affiorante, anche nell’apparenza
mancanza. Interessante –ed urge sottolinearlo- la “rifondazione”
che avviene nelle tele -che ricominciano ad arricchirsi
di scritture pittoriche- alla fine degli anni Ottanta.
Quasi nuovi alfabeti alla ricerca di un unico
telos: l’Anima!
A
cavallo dei primi anni Novanta l’intensità emotiva e
il senso del vissuto temporale sono attestati fin dai
titoli: Peccati capitali, la Passeggiata nel parco,
Padre Pio, Donna vestita di sole, la Gerusalemme Celeste,
la Samaritana, l’Adultera. Sono titoli poetici e limpidamente
indicativi, e comunicano lo svolgersi della vita: passato,
presente, futuro. Sono l’incontro ossia una dialettica
con altri: esperienza e meditazione.
I
dipinti intitolati Piaghe, alla conclusione della fase
Fiumi, sono scritture multiple. Si possono individuare
diversi discorsi simultanei combinati. Sullo sfondo
chiaro appare un segno urlato, materico ed al tempo
stesso delicato e compatta, tracciato con gli oli, con
un ritmo fine e fitto diffuso su tutto il quadro. Effonde
la sensazione del ritmo, dello scorrimento, dell’intrecciato
movimento confondersi nella vita. In tal modo l’immagine
dello spazio è accalorata dal tempo. A questo sfondo
statico/dinamico si sovrappone l’ampia e decisa scrittura
in rosso vivo su un supporto chiaro, che ha l’energia
dell’avvenimento contingente. Questo segno è una citazione
letteraria della “Piaga rossa” di Dino Campana: sta
a dirci quanto l’uomo concreto e reale, quello che vive
sulla terra, nel tempo collettivo storico come nel tempo
dell’esistenza individuale soffra dentro di sé ed abbia
ferite che posso non rimarginare, come la piaga appunto!
Ma nello stesso anno esegue opere a tecnica mista con
riporto di giornali. Quindi, i percorsi in blu, di costruttiva
robustezza: la serie degli autoritratti della seconda
metà degli Anni Novanta. È anche possibile che verso
il centro si formi un nuovo tipo di avvenimento, con
forme maggiori e colore differenziato. Siamo indotti
alla meditazione. Il segno unisce l’uomo dalle origini
al futuro ignoto. L’uomo è un essere simbolico, pieno
di valori tramandati dal tempo. Un ampio diario, la
cui mobilità è incessante. La vita umana è un racconto,
e fa parte di una scrittura eterna, infinita. Vorticosa
come i suoi ritratti.
Nel
corso degli anni, i tracciati, i segni, cambiano consistenza.
Diminuiscono di numero e aumentano in grandezza verso
la fine degli Anni Novanta. Diventano veri personaggi
astratti, dinamici, anche conflittuali, aperti, sollevati
in uno spazio dilatato. L’impaginatura pare sconvolta
da moti che scattano in tutte le direzioni in una frammentazione
plurima. Il dipinto in quanto opera governata dall’artista
offre comunque sempre una forte coesione: come se il
singolo quadro fosse una finestra dalla quale si guarda
un enorme arabesco che sta passando ora là fuori nello
sazio, una sterminata ignota scrittura in movimento.
L’opera pulsa tra allargamento e concentrazione, entusiasmo
e stupore.
Forse anche vertigine.
Quando molti risultati sono ormai acquisiti, Teodolinda
Varisco, partita da figure umane molto verosimili, pur
confermando le precedenti esperienze approfondisce l’impianto
compositivo, spostando anche lo spettatore verso un
nuovo impensato livello di ideazione. Nella parte centrale,
il quadro contiene il corpus della narrazione, nel quale
a misura più piccola è ripetuto il quadro stesso. L’immagine
appare due volte: nel rettangolo centrale, e nell’area
circostante e là fuori è replicato in grande ciò che
è contento più piccolo nella dimensione più interiore…
squarci visibili e/o nascosti; fenditure; arbusti dell’amata
Umbria; sassi delle Cinque Terre; giornali; conchiglie;
echinodermi. Tutti questi nuovi elementi divengono caratteri
dell’alfabeto di Teodolinda, costituiscono una svolta
nell’ambito della sua ricerca estetica centrale.
Come
se il quadro portasse in grembo se stesso. Maternità
di un’opera!
La
dicotomia tra le due visioni –non essere e già essere
dell’opera- è fornita dallo scambio positivo-negativo.
Una nascita… le sue immagini: “il bimbo nel tempio”,
“dal cuore squarciato di Cristo: la Chiesa”; Santa Chiara”.
Ed anche i colori vengono impastati con terre sbriciolate,
come le tecniche medioevali (caratteristica di chi vuole
“costruire” il proprio colore), sabbie quasi dorata,
pietre rose del Subasio. E se invece sabbia su nero
è all’interno, allora all’esterno ci sarà nero su sabbia.
Il dipinto afferma due volte se stesso, prima
perché dipinto e poi perché contiene la propria replica.
Ma anche nega se stesso, perché uno dei due è
il negativo dell’altro. L’effetto finale dà il senso
di una solidità di immagine misteriosa e incrollabile.
E anche di autocritica, appunto a causa di tale contrapposizione
interna con se stesso: in questa dialettica che rimane
aperta, il sì risponde al no, il positivo e il negativo
si controbattono lucidi e decisi.
Che
cosa possiamo ancora affermare? Mormorare? Urlare?
Il
quadro riprende se stesso, guarda se stesso. Ed è altrettanto
assicurato nell’equilibrio della sua composizione, quanto
buttato attraverso se stesso nella dialettica interna,
nel suo confronto interno. Fino a ieri era un segno,
o un sistema di segni, e ora è diventato un segno di
autorispecchiamento, autoconsapevolezza, autocritica.
Diverse immagine di Cristi ed un lavoro di rispecchiamento
interno è pure una proposta logica, di pensiero e di
spiritualità, di appassionato bisogno di consistenza
interiore. Una proposta culturale davvero complessa
e densa, nella sua rigorosa chiarezza. Che è esattamente
una delle cose di cui abbiamo maggiormente bisogno in
questa fase della modernità, spaesata, talora scellerata,
sbalestrata tra prepotenza, superbia, qualunquismo e
smarrimento stuporoso. Nell’attuale clima storico-culturale
l’autoanalisi e la consapevolezza diventano beni importanti
e preziosi. È una sorpresa vitale vedersi venire incontro
questi dipinti a rimando interno: immagine di accertamento,
analisi, verifica. Ci elargiscono lo stesso atto creativo,
la stessa forma o mentalità dell’autocoscienza ossia
formazione concettuale dell’io; quasi una visualizzazione
dell’io in quanto pensiero capace di frugare se stesso,
riconquistare se stesso. Non certo l’io egocentrico
intimista aneddotico perso nel suo narcisismo, bensì
il movimento del pensiero in sé, che si assesta con
chiarezza, e anche con coraggio.
L’ultimo ciclo si intitola Te Deum, che chiude il Novecento
iniziato da Rouault con il “Miserere”.
La
soglia è il passaggio da uno spazio a un altro. Dopo
i segni grafici e i manoscritti, dopo i frammenti dell’anima,
Teodolinda Varisco dipinge il proprio dipinto facendo
in modo da rappresentare che la superficie del fondo
si squarcia, lembi si sollevano, e appare il nero fondamentale.
E’ l’esperienza del “Bereshit barah Elohim” di genesiaca
memoria. Questo nero è il negativo. Si dice che il nero
è quello che non si sa, quando si è nati, sono passato
attraverso una soglia verso il bianco. Noi siamo avvolti
dal “nero”. Il bianco è potenzialmente qualsiasi colore,
la somma del positivo; la nostra vita è fitta di circostanze,
ma limitata: il nero è il non essere, circostante alla
dinamicità dell’esistenza. Avviene una meditazione sul
buio che ci attornia. La rappresentazione pittorica
della lacerazione del quadro, è la soglia oltre la quale
guardiamo che le nostre potenzialità pur essendo effettive
sono limitate, sospese. Il nero è la fine di ogni racconto.
E lo è per l’Origine, per quei “Bagliori di carità”,
lo è in “Pollini e scintille” come in “L’adultera”,
oppure in “Maddalena quasi pentita”, in alcune sue maschere.
La tecnica del graffito, dei vasi greci riaffiora nelle
esperienze tattili di L50 per fare emergere il suo anelito
alla vita, nell’arte, alla sua ricerca di e fra le cose,
alla sua propensione e tensione al meta-trascendente,
nell’accezione più greca del termine, a quel sovraumano
presente in immagini oniriche che si stagliano da uno
sfondo nero. Oppure nero è il contorno marcato e netto,
simile in taluni casi al grande maestro Rouault cui
la Varisco deve il suo debito formativo. E poi il nero
è colore di sfondo delle “Compagne dell’Esodo”, amiche
di Teodolinda, da cui si stagliano per esprimere loro
stesse e cantare, con le loro storie, la vita. Nero
è il colore, come certi blu cupi di sui autoritratti
della lotta fra tenebre e luce, è paradigma della ricerca
umana fra cose visibili ed invisibili.
Da là io vengo, là tornerò…
Memento mori! Il quadro viene realizzato attorno
a questa “s-composizione” o lacerazione. Storicamente,
Teodolinda medesimo ci informa che l’idea di un andare
oltre il quadro proviene solo dalle tele di Lucio Fontana
in Wassily Kandinsky il quale, per evidenziare un ulteriore
movimento spaziale, praticava tagli nella tela stessa,
apriva fori. Teodolinda si ricollega a questa intuizione;
è però essenziale osservare che ella evita di ripeterla
in modo materico-gestuale, e giustamente la riformula
a fondo con mezzi puramente pittorici.
La capacità di Teodolinda
Varisco di rinnovarsi con coerenza evolutiva ha prodotto,
negli anni della sua maturità forte e originale, un
itinerario di cicli che procedono in una loro logica
libera. Riconsideriamo i più recenti. Il “Te Deum”,
ossia le forme segniche autonome e dinamiche, le piaghe,
la molteplicità delle scritture sovrapposte nello spazio,
unitamente a “sfondamenti” del supporto bi-dimensionale,
il ciclo dei sassi, quando gli elementi monolitici,
di superfici naturali, vanno in pezzi, si scompongono,
assumono colori individuati, e si ricompongono. La Maternità,
che nel vortice dei frammenti e delle scritture centrifughe
ripropongono tuttavia una figura centrale: Maria, oltre
la quale e il varco.
La porta…
Oltre la Soglia, che, dopo
la fine di ogni racconto, riapre il racconto.
Una storia infinita, che
si riannoda alla nostra, in una sorta di ripetizione
come dice L50 di storie bibliche.
Infatti, la soglia è bivalente.
La narrazione di ciò che non siamo, ha luogo con la
narrazione dell’essere che siamo, o che diveniamo».
Prof.
Alessio Varisco
Designer – magister artium
Art
Director Associazione Culturale Técne Art Studio
Sils,
31 ottobre
2004
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