«L’effetto distrugge la causa; il fine assorbe
i mezzi»
[Paul Valéry, Poésie et Pénée]
Subbuglio, sconvolgimento, strepitio urlante, turbinio…
ciò che avverti dell’opera urlante di Silvia
Magro è proprio questo parapiglia di linee cromatiche
urlanti su di uno spazio al contempo silenzioso e strisciante,
la tela, che scivola e cede al bianco naturale il tumulto
di suoni evocati dalla mano dell’artista che provengono
da qualcosa di nascosto. Le atmosfere create sono affioranti
da uno psicologismo carico di segni, di luci, di sensazioni,
di gesti a volte fulminei schiaccianti, repentini, come
una danza sciamanica. Non è certo ipotrofica
la timbrica de Silvia, sempre alla ricerca di sguardi,
grida, come l’Umanità tutta... Corpi nudi
urlanti, esacerbati dalla vuotezza di un mondo grigio;
spettri della luce, dei colori, visioni della luminosità
come certi sentieri dell’Alta Retia dove Lei stessa
è nata.
Tempo fa la conobbi in quel di Villa di Tirano, sua
città natale, e provai una certa gioia per ritrovare
dei colori familiari, che rivendicano una carica di
suggestioni, rinvianti ad altri mondi, ere, epoche.
Certamente pregna di significati, mi ripromisi di farle
una critica. Il materiale era poco… ora dopo un
trasloco riapro un cd di immagini. Mi sistemo a computer
e trovo la calma di scrivere fra una montagna di scatoloni,
una muraglia cinese infinita, di libri, cataloghi, appunti
per registri, scritti appena abbozzati… brandelli
di me!
Leggo da una sua lettera di getto: «dipingo soprattutto
ad olio su tela (juta o misto lino con preparazione
a colla di coniglio e gesso di Bologna). E’ l’uomo,
la figura umana, ad essere protagonista dei miei quadri».
La scelta dei soggetti in Silvia Magro è molto
particolare, suggestionante. Non vi è nulla di
millenaristico, tutto è così drammatico
come il dolore di starsene lontano dai Monti. E di apocalittico
emerge dalle tele di Silvia Magro “il normale”,
l’oggi e subito, quasi “delirio” di
cui ormai non ci accorgiamo se non con percezioni visive
espressionistiche. Un caos, frenetico, spontaneo -come
una cascata alpina o una lunga e maestosa staccionata
che prosegue per chilometri interrotta da pezzetti di
tronchi allineati a formarne un “limen”-
che si introduce con dolcezza sotto maschere di dolore,
strepitanti, urlanti, agonizzanti. I corpi sono trasfigurati
di una luce che riveste diverse tinte del caleidoscopio,
a tratti paiono rivestiti di tute mimetiche strepitose
e sgargianti con cui avvolgono il quotidiano, res extensa.
Sono corpi, forme, linee veloci, pennellate piatte,
dal vestire sgargiante come certi costumi di sommi sacerdoti
dell’America Centrale, delle popolazioni antiche.
Strade di luce sui corpi… Un caos frenetico e
vitale, comunque lo si adocchi, che nulla spartisce
con un’altra confusione. Appare singolare l’aspetto
cromatico –res cogitans- così invasivo,
penetrante, urlante. «La natura è posta
sotto il segno dell’uomo attivo, dell’uomo
che inscrive la tecnica nella natura» [Gaston
Bachelard, L’activité razionaliste de la
physique contemporaine].
Non ultima considerazione nasce dalla separazione fra
forme e contenuti cromatici: in contrasto dicotomico
appaiono le figure rispetto le tinte. Silvia Magro saccheggia
colori caldi e freddi, ma quasi sempre puri, quasi direttamente
dal tubetto, in una sorta di bulimia propositiva -in
cui si scorge uno sforzo di rifare una figurazione odierna-
dove gli appressamenti irrisolti confondono la visione
al fruitore, che debolmente scorge una grande passione
per la vita ed il colore anche in soggetti così
terribili. Una sorta di suggestiva reminescenza di horror
fascinans in cui la Pittrice evoca quegli aspetti più
positivi della vita, tramite il colore, riportandoci
ad una vita nuova ed additandoci una possibile risurrezione
anche in una società così schiacciata.
E penso a Marcuse che così scrive «che
cosa rimane della filosofia? … ciò che
è in palio, tuttavia, non è la definizione
o la dignità della filosofia. È piuttosto
la possibilità di proteggere il diritto, il bisogno
di pensare e di parlare in termini che sono densi di
significato, razionali, e validi precisamente perché
sono diversi».
Nella società odierna sempre meno artisti arrivano
a tirarsi fuori dal caotico mondo di simboli depauperati
di significati e vuoti.
E così mi scriveva Silvia in quella sua lettera:
«io mi sento dentro il mio quadro, dentro quest’uomo
che si sfoga. Nei miei lavori io rivedo tanti momenti
della mia vita, vedo sia la serenità che le preoccupazioni.
L’arte è per me qualcosa che non può
essere legato ai sentimenti, all’istinto di una
persona. Fa parte della mia vita, è una forza
che mi avvolge e scuote tutto quello che ho dentro per
buttarlo fuori!»
Si assiste oggigiorno ad una mancanza di stimoli nell’arte;
si finisce col far cessare i battiti in una sorta di
manierismo di questa o quella corrente commerciale.
È dell’arte vera, quella sperimentale,
di attraversare e di alimentare un archetipo di scampo
(una sorta di “anti-caos”) che sia ben messo
insieme per cause formali e impianto concettuale. La
Magro mi pare, invece, sulla strada giusta: costruisce
un’arte nuova, fatta di caos -i cui temi e modelli
narrativi richiamano alla gestualità di un segno
vitale- e anticaos –grammatica dei segni-. Appare
che l’alfabeto di Silvia Magro è costituito
di due principi in opposizione antitetica: il primo
–il caos- di carattere connotativo, portato avanti
come regolatore che fornisce il nutrimento alla visione;
il secondo –anticaos- di segno denotativo, spartito
tra coesione, rintracciabilità e “sintesi”.
L’insieme siffatto, a livello finale, bilanciato,
appare chiaro, di una compiutezza euritmica. Ed ecco
che l’opera della Magro assume, dalla valenza
onirica affiorante dallo psicologismo, tramite un processo
antropico, il delinearsi d’immagini dense si simboli
e compiute, mai trascurate nel significato trasmesso.
Tanto che le possiamo definire “opere funzionali”.
All’osservatore liberarle, dis-velarle appropriandosene,
possibilmente senza caos, «è il lavoro
che fa vivere in noi ciò che non esiste»
[Paul Valéry].
Fermiamoci ora un istante sui suoi personaggi. Non
abitano quasi mai da soli. Non sono immagini statiche.
Non sono personaggi colti in iperealismo in stanze ammobiliate.
Sono invece immersi nei colori. Ed è il colore
il set eccessivo della “ripresa” della Magro...
Tutto è estremamente sgargiante. Nulla è
statico. Tutto è mosso. Sembrano dei fasci di
luce che si muovono unitamente al pennello della Pittrice.
Nastri di luce che si abbattono nella notte, secchi,
come acqua battente durante un acquazzone scrosciante.
Silvia, devo sottolineare, impiega quasi un registro
di lavoro cinematografico. Mi ricorda per certi versi
un teatro la sua figurazione. Il suo tono, a volte,
si fa registico. La realtà è isolata,
distinta, ricomposta e in ultimo imitata. E finalmente
giungiamo alle ascendenze. I soggetti di Silvia premono
sullo spazio, lo dilatano, come l’Urlo di Munch
al quale forse si devono certe sensazioni. Ma a differenza
del maestro, nordico, la nostra Pittrice, anche se valtellinese,
trasfigura le sue opere in splendidi contrasti, meno
freddi, forse con quella salvezza che viene dal colore
che evoca la vita a dispetto di una società che
sembra caduca «il mondo dei campi di concentramento
non era una società eccezionalmente mostruosa.
Ciò che vedevamo in esso era l’immagine,
ed in una certo senso la quintessenza della società
infernale in cui siamo gettati ogni giorno». [E.
Ionesco, Nouvelle revue française]
Le tematiche di Silvia non sono svincolate dal tempo,
così come avviene nella realtà; la resa
di questi soggetti avviene tramite ripetute associazioni
cromatiche in atletiche figure urlanti che congelano
il fiato a mezz'aria, come quando si urla di disperazione
per qualcosa che si è rotto. E sospinti da venti
immaginari, elettrificati e velocissimi, come quelli
d’Irlanda. Silvia Magro si muove come fra le quinte
di una mise-en scéne, assoluta protagonista,
indiscussa, l'aspetto performativo che trascende il
carattere di autocompiacimento e autoreferenziale. Sono
autoritratti dello spirito! Queste tele divengono grandiosi
espressioni di un’anima inquieta che trova nella
descrizione del corpo solo una matrice per narrare l'intero,
il “sociale”. E la sua ricerca sull'immagine,
mai disgiunta dalla figura anche se trasfigurata in
un traliccio di segni, a scomporre l’immagine,
che lavora attraverso una tecnica che rimanda a fondi
di espressionismo tedesco che punta all'effetto surreale
e straniato dalla scena. Parte tutto, non già
dall'immaginazione bensì da una definitiva fase
di astrazione del dolore universale coagulato in frammenti
pittorici. La scelta preparatoria dei fondi, la costruzione
come una scena teatrale, scarna, quasi espressionismo
“cinematografico” che parte da un dato letterario
in cui la figura muove grida strepitose in ambienti
irreali dominati dai colori, in cui l’immaginario
è il “motore immobile” a cui fa eco
lo spazio di un tempo perduto. Le scene vuote di esteriorismi,
scevre di oggetti quotidiani, si fanno ancora più
realisti che a citare quasi la quotidianità anche
delle “suppellettili” più inutili.
Ed utensili, oggetti del design odierno sono le guide
sono questi i tanti elementi che connotano ulteriormente
la qualità narrativa della pittura di Silvia
Magro.
Antidoto naturale che taluni artisti conservano, per
spontanea attitudine creativa, è certamente lo
sguardo della pittrice che ricompone anche in presenza
di un “dis-ordine” apparente. La tela che
si prepara a confessioni tenaci è il materiale
resistente, di uso intricato, adeguato a combattere
vari malanni figurativi. Silvia fa una pittura nuova
in cui l’elemento non si compra né si inventa;
vive in attinenza diretta col caos gestibile. Ed ecco
che la Sua pittura non presenta alcuna scadenza temporale,
Essa è creativa, funzionale, mai paga dei traguardi
raggiunti. Ma soprattutto vera!
Le scelte narrative di Silvia Magro ci trasferiscono
un giorno tipo di ordinaria follia urbana, tra accenni
implosivi e rivalità agonistiche, gesti straordinari,
paure e angosce, premurosa e senso d’attesa allungata,
posizioni quasi in difesa –urlanti- decisive,
in attacco. Un percorso, quello di Silvia Magro, che
già nella pluralità dei colori adottati,
veri medium fra il “nous” e l’“anima
mundi”, pare sognare una sorta di moltiplicazione,
di delirio, di onirismo immaginativo, mai totalmente
astratto, sempre aderente la realtà soggettiva
ed in grado di oggettivare la natura dell’essenza
delle cose.
Guardando le opere di Silvia penso all'epica notturna
dell'ambiguità, della metamorfosi, alle atmosfere
praghesi di Kafka, quella che domina le sue tele un
po' come in "Finnegans Wake" di Joyce. Ma
il mito di una morte e di una rinascita universale,
che si impone e in cui ogni figura sta al posto di tutte
le altre e ogni regno (minerale, vegetale, umano) si
confonde con tutti gli altri e si trasfigura nei suoi
colori sgargianti che richiamano la vita.
E nel sogno, del mondo e della vita che sfuma in nefandezze
-contro un mondo che vorrebbe fuggisse senza pensieri
in un "appeal" pubblicitario- Silvia ci richiama
agli ordini dell'universo che si ricongiungono –un
po’ come l’impasto dei suoi colori-, si
liquefanno, si incorporano: le occasioni spazio-temporali
si creano ora scorrevoli, i simboli dubbiosi, i sensi
deviati. Ma la ricerca della verità è
la perpetua molla della Pittura di Silvia Magro. Ed
è su questa idea di smisurata ricerca, di metamorfosi
incommensurabile, di svincolata alleanza che la Magro
mette in scena i suoi soggetti. Figure, coerentemente,
che si sviluppano di là dei loro ambiti istituzionali,
che si estendono, come si può rilevare in tutti
i suoi olii. Corpi che si flettono, volteggiano, si
fanno urlo nell'aria, in mezzo all'involversi dell’aria
pura, ma anche dove lo stesso corpo immette una nozione
nuova, quella della “incrinatura”, della
perdita di senso… Ed è la lotta dell’effimero
ricacciato dal ragionevole, in un perenne e dicotomico
duello.
Le urla paiono esorcizzare le paure, le angosce, le
frustrazioni sopite in molti intellettuali. E la pittura
di Silvia pare faticare a liberarsi del suo peso, della
sua carnalità, del suo essere Donna, ed al contempo
ne trae giovamento. Invano tentare di farsi spazio.
Ecco la Pittrice riesce a creare un celeste passaggio,
accusando il modo in cui il suo guado resti staccato
da terra, ancora da ultimare. Una pittura animata da
una polivalenza, mai semplice. Ma in che modo il mondo
lo possiede, in qualche modo lo appesantisce, lo opprime?
E le tele sono una separazione da un mondo che schiaccia.
Le figure fanno senza indugio l'esperienza della “cascata”
(della caduta)… Silvia è al corrente della
sconfitta di Icaro. E così diviene, e si apre
senza fine, all’“universale”, dal
“particolare”.
E lo spazio-tela diviene la superficie in cui confluiscono
energie nuove, dove la fine dell'avventura è
compiuta e la storia dell’Uomo è già
scritta. Terribile e gratificante l’opera della
Magro ci dice che alla decomposizione della propria
unità, in quanto "perde" letteralmente
la testa, il busto, l'essere intero, Icaro rivive in
quegli strepitanti urli e risuscita. Icaro con Silvia
rimane presente solo attraverso un gioco metonimico
-di figure anche appena accennate adoperate come “memoria
di soggetti”-. Con lei non muore!
In realtà la dovizia della Magro è esacerbante:
veri grovigli di esseri urlanti, leggeri, inconsistenti,
mobili, ci si rende conto che sono pure “apparizioni
spaziali”, “frantumi” «Pezzi
di me-, direbbe il cantautore romano Francesco De Gregori
-cielo senza riparo» che risultano fragili, labili,
cedevoli, al punto che danno l'impressione di reclinarsi,
di piegarsi sotto lo sguardo, come cera sotto il fuoco.
La raion d’être della pittura di Silvia
Magro si può condensare in questa sua confessione:
«mi piacciono molto i colori caldi: gli aranci,
i gialli, mi trasmettono tanta gioia e calore, e in
contrasto i blu diventano per me carichi di entusiasmo.
Un entusiasmo che ha voglia di soccorrere quest’uomo
urlante, di darsi da fare perché a questa rabbia
si possa affiancare anche tanta gioia per le cose buone
che riempiono la mia vita».
Silvia ha un rapporto armonico con la pittura…
quasi di canto della gioia e di stupore dinanzi le bellezze
del Creato. Per contro la sua è anche denuncia
delle bruttezze e delle aggressività e trova
il suo sottoprodotto nella società che ci circonda.
In Silvia il discorso delle mere “apparenze”
non tiene. È “montanara” non me ne
voglia… è solida e pragmatica! Ed ha, stretto
in sé, le armi del “segno” che scioglie
ogni tela, con la sapienza di chi conosce il disegno,
o anche della magia dell'artificio -che liquefa le falsità
con quell’intelletto- che fissa le verità
e denuncia le ipocrite falsità contemporanee,
anche in tema di arte.
Silvia Magro afferma una sfiducia nella alterabilità
ed univocità delle forme. Inalterabile è
solo il colore, una costante, il resto è mutevole.
La figura, perciò, non rimane chiusa in se stessa,
non si consuma nelle semplice osservazione (o accusa)
di un mondo artificiale. La Pittrice fa uso invece degli
elementi puri, non vi è artificialità,
per imboccare un nuovo modo di guardare il mondo. Il
mondo appare ribaltato, inaspettato, imprevisto, se
non perfino ridicolo. E' come se la “limpidezza”
(o l’instabilità) delle immagini non si
trattenesse nella specifica dimensione di negatività,
ma spalancasse verso l'oltre, la polidimensionalità
del reale, le sue infinite prospettive possibili.
Cara Silvia avrei dovuto ascoltare Ludwig Wittgestein
«noi non possiamo avanzare alcuna sorta di teoria.
Non ci deve essere nulla di ipotetico nelle nostre considerazioni.
Dobbiamo smettere di cercare una spiegazione, e la descrizione
sola deve prendere il posto» e nel tuo caso è
la sola visione della pittura!
Prof. ALESSIO VARISCO, Designer
Art director Técne Art Studio
http://www.alessiovarisco.it
Plaun da Lej, 1 aprile 2005
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