AlternativArt


Galleria aderenti
  News     Artisti    Ritratti   Pubblicazioni     Portfolio    Esposizioni     Credits    Progetti     Contatti     Copyright  
Técne Art Gallery
Elenco nominativi
Lavori
Oli e tecniche miste
Disegni al tratto
Arte digitale e fotografica
Progetto Técne Art Gallery
Collaborazioni
Técne Art Studio:
Statuto
Finalità
Bibliografia essenziale
Richiesta collaborazione
Adesioni
Calendario attività
Contatti

 

Alessio Varisco

«L’effetto distrugge la causa; il fine assorbe i mezzi»
[Paul Valéry, Poésie et Pénée]


Subbuglio, sconvolgimento, strepitio urlante, turbinio…
ciò che avverti dell’opera urlante di Silvia Magro è proprio questo parapiglia di linee cromatiche urlanti su di uno spazio al contempo silenzioso e strisciante, la tela, che scivola e cede al bianco naturale il tumulto di suoni evocati dalla mano dell’artista che provengono da qualcosa di nascosto. Le atmosfere create sono affioranti da uno psicologismo carico di segni, di luci, di sensazioni, di gesti a volte fulminei schiaccianti, repentini, come una danza sciamanica. Non è certo ipotrofica la timbrica de Silvia, sempre alla ricerca di sguardi, grida, come l’Umanità tutta... Corpi nudi urlanti, esacerbati dalla vuotezza di un mondo grigio; spettri della luce, dei colori, visioni della luminosità come certi sentieri dell’Alta Retia dove Lei stessa è nata.

Tempo fa la conobbi in quel di Villa di Tirano, sua città natale, e provai una certa gioia per ritrovare dei colori familiari, che rivendicano una carica di suggestioni, rinvianti ad altri mondi, ere, epoche. Certamente pregna di significati, mi ripromisi di farle una critica. Il materiale era poco… ora dopo un trasloco riapro un cd di immagini. Mi sistemo a computer e trovo la calma di scrivere fra una montagna di scatoloni, una muraglia cinese infinita, di libri, cataloghi, appunti per registri, scritti appena abbozzati… brandelli di me!
Leggo da una sua lettera di getto: «dipingo soprattutto ad olio su tela (juta o misto lino con preparazione a colla di coniglio e gesso di Bologna). E’ l’uomo, la figura umana, ad essere protagonista dei miei quadri».

La scelta dei soggetti in Silvia Magro è molto particolare, suggestionante. Non vi è nulla di millenaristico, tutto è così drammatico come il dolore di starsene lontano dai Monti. E di apocalittico emerge dalle tele di Silvia Magro “il normale”, l’oggi e subito, quasi “delirio” di cui ormai non ci accorgiamo se non con percezioni visive espressionistiche. Un caos, frenetico, spontaneo -come una cascata alpina o una lunga e maestosa staccionata che prosegue per chilometri interrotta da pezzetti di tronchi allineati a formarne un “limen”- che si introduce con dolcezza sotto maschere di dolore, strepitanti, urlanti, agonizzanti. I corpi sono trasfigurati di una luce che riveste diverse tinte del caleidoscopio, a tratti paiono rivestiti di tute mimetiche strepitose e sgargianti con cui avvolgono il quotidiano, res extensa. Sono corpi, forme, linee veloci, pennellate piatte, dal vestire sgargiante come certi costumi di sommi sacerdoti dell’America Centrale, delle popolazioni antiche. Strade di luce sui corpi… Un caos frenetico e vitale, comunque lo si adocchi, che nulla spartisce con un’altra confusione. Appare singolare l’aspetto cromatico –res cogitans- così invasivo, penetrante, urlante. «La natura è posta sotto il segno dell’uomo attivo, dell’uomo che inscrive la tecnica nella natura» [Gaston Bachelard, L’activité razionaliste de la physique contemporaine].
Non ultima considerazione nasce dalla separazione fra forme e contenuti cromatici: in contrasto dicotomico appaiono le figure rispetto le tinte. Silvia Magro saccheggia colori caldi e freddi, ma quasi sempre puri, quasi direttamente dal tubetto, in una sorta di bulimia propositiva -in cui si scorge uno sforzo di rifare una figurazione odierna- dove gli appressamenti irrisolti confondono la visione al fruitore, che debolmente scorge una grande passione per la vita ed il colore anche in soggetti così terribili. Una sorta di suggestiva reminescenza di horror fascinans in cui la Pittrice evoca quegli aspetti più positivi della vita, tramite il colore, riportandoci ad una vita nuova ed additandoci una possibile risurrezione anche in una società così schiacciata. E penso a Marcuse che così scrive «che cosa rimane della filosofia? … ciò che è in palio, tuttavia, non è la definizione o la dignità della filosofia. È piuttosto la possibilità di proteggere il diritto, il bisogno di pensare e di parlare in termini che sono densi di significato, razionali, e validi precisamente perché sono diversi».
Nella società odierna sempre meno artisti arrivano a tirarsi fuori dal caotico mondo di simboli depauperati di significati e vuoti.

E così mi scriveva Silvia in quella sua lettera: «io mi sento dentro il mio quadro, dentro quest’uomo che si sfoga. Nei miei lavori io rivedo tanti momenti della mia vita, vedo sia la serenità che le preoccupazioni. L’arte è per me qualcosa che non può essere legato ai sentimenti, all’istinto di una persona. Fa parte della mia vita, è una forza che mi avvolge e scuote tutto quello che ho dentro per buttarlo fuori!»

Si assiste oggigiorno ad una mancanza di stimoli nell’arte; si finisce col far cessare i battiti in una sorta di manierismo di questa o quella corrente commerciale. È dell’arte vera, quella sperimentale, di attraversare e di alimentare un archetipo di scampo (una sorta di “anti-caos”) che sia ben messo insieme per cause formali e impianto concettuale. La Magro mi pare, invece, sulla strada giusta: costruisce un’arte nuova, fatta di caos -i cui temi e modelli narrativi richiamano alla gestualità di un segno vitale- e anticaos –grammatica dei segni-. Appare che l’alfabeto di Silvia Magro è costituito di due principi in opposizione antitetica: il primo –il caos- di carattere connotativo, portato avanti come regolatore che fornisce il nutrimento alla visione; il secondo –anticaos- di segno denotativo, spartito tra coesione, rintracciabilità e “sintesi”. L’insieme siffatto, a livello finale, bilanciato, appare chiaro, di una compiutezza euritmica. Ed ecco che l’opera della Magro assume, dalla valenza onirica affiorante dallo psicologismo, tramite un processo antropico, il delinearsi d’immagini dense si simboli e compiute, mai trascurate nel significato trasmesso. Tanto che le possiamo definire “opere funzionali”. All’osservatore liberarle, dis-velarle appropriandosene, possibilmente senza caos, «è il lavoro che fa vivere in noi ciò che non esiste» [Paul Valéry].

Fermiamoci ora un istante sui suoi personaggi. Non abitano quasi mai da soli. Non sono immagini statiche. Non sono personaggi colti in iperealismo in stanze ammobiliate. Sono invece immersi nei colori. Ed è il colore il set eccessivo della “ripresa” della Magro... Tutto è estremamente sgargiante. Nulla è statico. Tutto è mosso. Sembrano dei fasci di luce che si muovono unitamente al pennello della Pittrice. Nastri di luce che si abbattono nella notte, secchi, come acqua battente durante un acquazzone scrosciante. Silvia, devo sottolineare, impiega quasi un registro di lavoro cinematografico. Mi ricorda per certi versi un teatro la sua figurazione. Il suo tono, a volte, si fa registico. La realtà è isolata, distinta, ricomposta e in ultimo imitata. E finalmente giungiamo alle ascendenze. I soggetti di Silvia premono sullo spazio, lo dilatano, come l’Urlo di Munch al quale forse si devono certe sensazioni. Ma a differenza del maestro, nordico, la nostra Pittrice, anche se valtellinese, trasfigura le sue opere in splendidi contrasti, meno freddi, forse con quella salvezza che viene dal colore che evoca la vita a dispetto di una società che sembra caduca «il mondo dei campi di concentramento non era una società eccezionalmente mostruosa. Ciò che vedevamo in esso era l’immagine, ed in una certo senso la quintessenza della società infernale in cui siamo gettati ogni giorno». [E. Ionesco, Nouvelle revue française]

Le tematiche di Silvia non sono svincolate dal tempo, così come avviene nella realtà; la resa di questi soggetti avviene tramite ripetute associazioni cromatiche in atletiche figure urlanti che congelano il fiato a mezz'aria, come quando si urla di disperazione per qualcosa che si è rotto. E sospinti da venti immaginari, elettrificati e velocissimi, come quelli d’Irlanda. Silvia Magro si muove come fra le quinte di una mise-en scéne, assoluta protagonista, indiscussa, l'aspetto performativo che trascende il carattere di autocompiacimento e autoreferenziale. Sono autoritratti dello spirito! Queste tele divengono grandiosi espressioni di un’anima inquieta che trova nella descrizione del corpo solo una matrice per narrare l'intero, il “sociale”. E la sua ricerca sull'immagine, mai disgiunta dalla figura anche se trasfigurata in un traliccio di segni, a scomporre l’immagine, che lavora attraverso una tecnica che rimanda a fondi di espressionismo tedesco che punta all'effetto surreale e straniato dalla scena. Parte tutto, non già dall'immaginazione bensì da una definitiva fase di astrazione del dolore universale coagulato in frammenti pittorici. La scelta preparatoria dei fondi, la costruzione come una scena teatrale, scarna, quasi espressionismo “cinematografico” che parte da un dato letterario in cui la figura muove grida strepitose in ambienti irreali dominati dai colori, in cui l’immaginario è il “motore immobile” a cui fa eco lo spazio di un tempo perduto. Le scene vuote di esteriorismi, scevre di oggetti quotidiani, si fanno ancora più realisti che a citare quasi la quotidianità anche delle “suppellettili” più inutili. Ed utensili, oggetti del design odierno sono le guide sono questi i tanti elementi che connotano ulteriormente la qualità narrativa della pittura di Silvia Magro.

Antidoto naturale che taluni artisti conservano, per spontanea attitudine creativa, è certamente lo sguardo della pittrice che ricompone anche in presenza di un “dis-ordine” apparente. La tela che si prepara a confessioni tenaci è il materiale resistente, di uso intricato, adeguato a combattere vari malanni figurativi. Silvia fa una pittura nuova in cui l’elemento non si compra né si inventa; vive in attinenza diretta col caos gestibile. Ed ecco che la Sua pittura non presenta alcuna scadenza temporale, Essa è creativa, funzionale, mai paga dei traguardi raggiunti. Ma soprattutto vera!

Le scelte narrative di Silvia Magro ci trasferiscono un giorno tipo di ordinaria follia urbana, tra accenni implosivi e rivalità agonistiche, gesti straordinari, paure e angosce, premurosa e senso d’attesa allungata, posizioni quasi in difesa –urlanti- decisive, in attacco. Un percorso, quello di Silvia Magro, che già nella pluralità dei colori adottati, veri medium fra il “nous” e l’“anima mundi”, pare sognare una sorta di moltiplicazione, di delirio, di onirismo immaginativo, mai totalmente astratto, sempre aderente la realtà soggettiva ed in grado di oggettivare la natura dell’essenza delle cose.

Guardando le opere di Silvia penso all'epica notturna dell'ambiguità, della metamorfosi, alle atmosfere praghesi di Kafka, quella che domina le sue tele un po' come in "Finnegans Wake" di Joyce. Ma il mito di una morte e di una rinascita universale, che si impone e in cui ogni figura sta al posto di tutte le altre e ogni regno (minerale, vegetale, umano) si confonde con tutti gli altri e si trasfigura nei suoi colori sgargianti che richiamano la vita.

E nel sogno, del mondo e della vita che sfuma in nefandezze -contro un mondo che vorrebbe fuggisse senza pensieri in un "appeal" pubblicitario- Silvia ci richiama agli ordini dell'universo che si ricongiungono –un po’ come l’impasto dei suoi colori-, si liquefanno, si incorporano: le occasioni spazio-temporali si creano ora scorrevoli, i simboli dubbiosi, i sensi deviati. Ma la ricerca della verità è la perpetua molla della Pittura di Silvia Magro. Ed è su questa idea di smisurata ricerca, di metamorfosi incommensurabile, di svincolata alleanza che la Magro mette in scena i suoi soggetti. Figure, coerentemente, che si sviluppano di là dei loro ambiti istituzionali, che si estendono, come si può rilevare in tutti i suoi olii. Corpi che si flettono, volteggiano, si fanno urlo nell'aria, in mezzo all'involversi dell’aria pura, ma anche dove lo stesso corpo immette una nozione nuova, quella della “incrinatura”, della perdita di senso… Ed è la lotta dell’effimero ricacciato dal ragionevole, in un perenne e dicotomico duello.
Le urla paiono esorcizzare le paure, le angosce, le frustrazioni sopite in molti intellettuali. E la pittura di Silvia pare faticare a liberarsi del suo peso, della sua carnalità, del suo essere Donna, ed al contempo ne trae giovamento. Invano tentare di farsi spazio. Ecco la Pittrice riesce a creare un celeste passaggio, accusando il modo in cui il suo guado resti staccato da terra, ancora da ultimare. Una pittura animata da una polivalenza, mai semplice. Ma in che modo il mondo lo possiede, in qualche modo lo appesantisce, lo opprime? E le tele sono una separazione da un mondo che schiaccia. Le figure fanno senza indugio l'esperienza della “cascata” (della caduta)… Silvia è al corrente della sconfitta di Icaro. E così diviene, e si apre senza fine, all’“universale”, dal “particolare”.
E lo spazio-tela diviene la superficie in cui confluiscono energie nuove, dove la fine dell'avventura è compiuta e la storia dell’Uomo è già scritta. Terribile e gratificante l’opera della Magro ci dice che alla decomposizione della propria unità, in quanto "perde" letteralmente la testa, il busto, l'essere intero, Icaro rivive in quegli strepitanti urli e risuscita. Icaro con Silvia rimane presente solo attraverso un gioco metonimico -di figure anche appena accennate adoperate come “memoria di soggetti”-. Con lei non muore!
In realtà la dovizia della Magro è esacerbante: veri grovigli di esseri urlanti, leggeri, inconsistenti, mobili, ci si rende conto che sono pure “apparizioni spaziali”, “frantumi” «Pezzi di me-, direbbe il cantautore romano Francesco De Gregori -cielo senza riparo» che risultano fragili, labili, cedevoli, al punto che danno l'impressione di reclinarsi, di piegarsi sotto lo sguardo, come cera sotto il fuoco.

La raion d’être della pittura di Silvia Magro si può condensare in questa sua confessione: «mi piacciono molto i colori caldi: gli aranci, i gialli, mi trasmettono tanta gioia e calore, e in contrasto i blu diventano per me carichi di entusiasmo. Un entusiasmo che ha voglia di soccorrere quest’uomo urlante, di darsi da fare perché a questa rabbia si possa affiancare anche tanta gioia per le cose buone che riempiono la mia vita».
Silvia ha un rapporto armonico con la pittura… quasi di canto della gioia e di stupore dinanzi le bellezze del Creato. Per contro la sua è anche denuncia delle bruttezze e delle aggressività e trova il suo sottoprodotto nella società che ci circonda. In Silvia il discorso delle mere “apparenze” non tiene. È “montanara” non me ne voglia… è solida e pragmatica! Ed ha, stretto in sé, le armi del “segno” che scioglie ogni tela, con la sapienza di chi conosce il disegno, o anche della magia dell'artificio -che liquefa le falsità con quell’intelletto- che fissa le verità e denuncia le ipocrite falsità contemporanee, anche in tema di arte.

Silvia Magro afferma una sfiducia nella alterabilità ed univocità delle forme. Inalterabile è solo il colore, una costante, il resto è mutevole. La figura, perciò, non rimane chiusa in se stessa, non si consuma nelle semplice osservazione (o accusa) di un mondo artificiale. La Pittrice fa uso invece degli elementi puri, non vi è artificialità, per imboccare un nuovo modo di guardare il mondo. Il mondo appare ribaltato, inaspettato, imprevisto, se non perfino ridicolo. E' come se la “limpidezza” (o l’instabilità) delle immagini non si trattenesse nella specifica dimensione di negatività, ma spalancasse verso l'oltre, la polidimensionalità del reale, le sue infinite prospettive possibili.

Cara Silvia avrei dovuto ascoltare Ludwig Wittgestein «noi non possiamo avanzare alcuna sorta di teoria. Non ci deve essere nulla di ipotetico nelle nostre considerazioni. Dobbiamo smettere di cercare una spiegazione, e la descrizione sola deve prendere il posto» e nel tuo caso è la sola visione della pittura!

Prof. ALESSIO VARISCO, Designer
Art director Técne Art Studio

http://www.alessiovarisco.it

Plaun da Lej, 1 aprile 2005


Home


Graphic by ALESSIO VARISCO, designer